17 novembre 2014

Rischi psico-sociali e stress nei luoghi di lavoro



Lo stress da lavoro colpisce, nei 28 Stati membri dell’Unione, quasi un lavoratore su quattro con un costo annuo che viene stimato in circa 25 miliardi di euro. Più della metà delle giornate lavorative perse è dovuta a stress. Per sette lavoratori italiani su dieci le cause più comuni dello stress sono legate alla organizzazione del lavoro, ai carichi eccessivi ed agli orari.
Oltre sei lavoratori italiani su dieci indicano fra le cause di stress anche la mancanza di sostegno da parte dei colleghi o superiori, difficoltà di comunicazione all’interno dell’azienda oltre che ruoli e responsabilità poco chiare.
Questi, e molti altri dati e relative analisi, sono stati pubblicati dal Consiglio Nazionale dell'Ordine degli Psicologi Italiani nel volume a cura di Imma Tomay "Rischio stress lavoro correlato. Le competenze dello psicologo nella valutazione e gestione" - Liguori ed. - 2013.
I dati riportati sono davvero clamorosi, mi colpisce soprattutto la parte di studio in cui si fa riferimento alle relazioni tra i soggetti al lavoro, colleghi, capi e sottoposti, come parte preponderante nella creazione e nel mantenimento di situazioni stressanti.
Ovvero, a parte la difficoltà "oggettiva" del lavoro che si svolge, sempre più peso hanno le relazioni tra i lavoratori stessi, operai, impiegati o quadri.
Relazioni che possono essere fonte di benessere e soddisfazione personale o, al contrario, fonte primaria di quello stress lavoro-correlato, cui faccio riferimento.
Nel settembre di quest’anno a Roma, il Ministero degli Esteri, di concerto con l’Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro , ha promosso il convegno: “Insieme per la prevenzione e la gestione dello stress lavoro-correlato”.




 E’ emerso con chiarezza che i motivi principali della condizione di stress, nella quale può finire con il trovarsi un lavoratore del Vecchio Continente sono l’assenza di una sicurezza lavorativa, ovvero lo stato di precarietà, la mole di lavoro da svolgere e l’assenza di un adeguato supporto da parte dei colleghi di lavoro e dei propri diretti superiori. Di fatto, per circa la metà della forza lavoro europea con un’occupazione, lo stress risulta essere una condizione normale.

L’Agenzia europea per la sicurezza e la salute sul lavoro, così definisce i rischi psicosociali e lo stress lavoro-correlato: “I rischi psicosociali e lo stress lavoro-correlato rappresentano una delle sfide principali con cui è necessario confrontarsi nel campo della salute e della sicurezza sul lavoro in quanto hanno considerevoli ripercussioni sulla salute delle singole persone, ma anche su quella delle imprese e delle economie nazionali. Circa metà dei lavoratori europei considera lo stress comune nei luoghi di lavoro e ad esso è dovuta quasi la metà di tutte le giornate lavorative perse. Come molte altre questioni riguardanti la salute mentale, spesso lo stress viene frainteso o stigmatizzato. Tuttavia, se li si considera come un problema aziendale anziché una colpa individuale, i rischi psicosociali e lo stress possono essere gestibili come qualsiasi altro rischio per la salute e la sicurezza sul luogo di lavoro”.

Preso atto che il problema c’è ed è serio, molti soggetti istituzionali italiani ed europei pubblici e privati hanno realizzato ricerche, messo a punto questionari e svolto interviste per capire meglio come analizzare il rischio psicosociale.
In Francia è nata la FIRPS , federazione che raggruppa società di consulenza specializzate come Psya, Preventis, Ifa e Stimulus nello studio e nella prevenzione dei rischi psicosociali.





La FIRPS nell’anno 2011 ha stilato un codice deontologico per garantire che le società affiliate operino secondo un codice etico e responsabile nei confronti delle aziende, organizzazioni, ordini professionale ecc, che chiedessero il loro intervento. 
Le attuali 15 società affiliate sono in grado, su richiesta del cliente, di analizzare il rischio psicosociale tramite questionari ed interviste; successivamente proporre soluzioni per attenuare tale rischio e monitorare nel tempo gli indicatori di “sofferenza” e stress.
Vero è che molte aziende si sono mosse solo a seguito di un radicale cambiamento del quadro legislativo: dopo il recepimento nel 2008 dell’accordo-quadro europeo contro lo stress al lavoro, il ministro del Lavoro di allora, Xavier Darcos, aveva annunciato un piano per cui le 2.500 aziende francesi con più di 1.000 dipendenti, entro il primo febbraio 2010, dovevano  attuare delle negoziazioni con i rappresentanti del personale sulla prevenzione dello stress al lavoro, mentre alle Pmi era chiesto di adottare misure concrete di prevenzione.
Comunque il dado è tratto, certo molto è ancora da fare, per arrivare ad avere nelle aziende un “Responsabile del benessere”, come in talune società canadesi o del nord Europa, dato che il benessere dei dipendenti è di importanza strategica rispetto alle sfide del mondo attuale. Quando la gente è felice, c’è meno assenteismo, il lavoro è migliore e i risultati economici si vedono...





a cura di Massimo Felici



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