12 novembre 2014

Bello, onesto, emigrato Australia sposerebbe compaesana illibata...



Difficilmente oggi il film di Zampa del 1971, con la splendida Claudia Cardinale ed il geniale Alberto Sordi, saprebbe rappresentare l'emigrazione contemporanea dall'Italia verso il resto del mondo.




O come racconta Quit su Linkiesta, “Pane e cioccolata , film di Franco Brusati con Nino Manfredi, che racconta le vicende di un immigrato italiano in Svizzera, un dramma con frequenti momenti comici e una memorabile scena grottesco-satirica ambientata in pollaio umano, una sequenza capace di disturbare lo spettatore e di farlo per un motivo. E' stato girato nel 1973 ed è un bel film che narra la parabola senza fine di un uomo alla ricerca di un posto in una nazione che non è la sua, e nel farlo non risparmia nessuno: i biondi e disumani svizzeri, i connazionali italiani che accettano tutto tanto “noi teniamo il sole e il mare”, e, non ultimo, il protagonista stesso.
L’ho visto per la prima volta, dice Quit, l’altra sera in un cinema di Manhattan poco lontano da Central Park, in una sala piena d’italiani che rappresentavano abbastanza fedelmente una certa parte del nostro Paese, quella che comanda: tutti di una certa età (io, un mio amico e degli studenti americani di cinema eravamo gli unici sotto i 45) e tutti vestiti di modo che da quattro isolati di distanza si potesse dire “ehi guarda laggiù, un italiano coi soldi!”.
Alla fine della proiezione, al momento del temibile dibattito, una signora italiana alza la manina ingioiellata e in un buon inglese osserva che in fondo questi poveri immigrati in Svizzera di una volta assomigliano molto a nostri giovani italiani che vengono in America per trovare lavoro, anche se questi ultimi hanno alle spalle delle famiglie benestanti (testuali parole).
Continua Quit “ in questa stupenda, aerodinamica e sibilante cazzata credo fosse magnificamente racchiuso un mondo, e penso che a patto di essere coraggiosi a sufficienza sia interessante provare a esplorarlo.



Non è la prima volta che entrando a contatto con ambienti di questo tipo sento dire cose del genere, soprattutto in Italia, e, ogni volta, sento forte il bisogno di sbattere fortissimo la testa contro del calcestruzzo di ottima fattura, e questo da persona che ha una laurea inutile e ha vissuto all’estero (un anno, in Germania) e che campa scrivendo (quello cioè che, non dico nel mio caso ma generalmente, è considerato un lavoro creativo, quindi fico quindi ambito) ma che per un bel po’ di tempo finché il violino più piccolo del mondo non ha incominciato a suonare le melodie giuste, ha dovuto fare soprattutto altro. Nella mia esperienza l’immigrazione giovanile italiana è decisamente più propensa alla bicicletta a scatto fisso che alla miniera e si compone principalmente di tre correnti fondamentali:

Ricercatori universitari che scappano da un settore fra i più bloccati e clientelari del Paese
Questo è una categoria di lavoratori nonostante tutto abbastanza privilegiata (ma non diteglielo o vi saltano alla giugulare chiedendo rispetto e altri sei mesi per consegnare una pubblicazione). Come tutti gli altri comunque anche questo settore ha pregi e difetti: poche ore di lavoro ma stipendi non particolarmente alti, molta libertà di gestire la propria vita ma fedeltà di stampo feudale al proprio professore di riferimento, lunghe ore della propria esistenza dedicate a tenersi aggiornati sulle sordide e ipernoiose trame di dipartimento che in soli 14-15 anni potrebbero garantire l’accesso a un posto da ricercatore. La categoria, non sempre ma sovente, ha anche un’invidiabile tendenza a non voler scendere a patti con il resto del mondo e un’ostinazione da soldato giapponese a fare solo ed esclusivamente il ricercatore qualsiasi cosa succeda perché perquellohostudiato il che, comunque la si pensi a riguardo, non aiuta il proprio potere contrattuale. In questo contesto quelli che non sono così bravi da non poter proprio essere ignorati e non hanno santi in paradiso hanno due scelte: pascolare per le, peraltro spesso belle e talvolta pure climatizzate, biblioteche dei dipartimenti italiani, privi di qualsiasi forma di retribuzione fino al momento in cui al ministero dell’istruzione qualcuno si ricorderà dove avevano nascosto quei mille mila miliardi di euro che non si trovano più (Nota: guardate dietro al crocifisso che ha lasciato Fioroni) oppure emigrare, in genere, loro sì, verso l’America.

Professionisti e laureati in materie tecniche:
Principalmente ingegneri (non che vostra madre non ve l’avesse detto “la tua vita sessuale non è poi così importante, studia ingegneria!”), informatici, architetti (che in Italia hanno ormai il valore corrente di un Chupa-Chups ma all’estero sono ancora richiesti), scienziati al servizio di privati, economisti, pubblicitari, imprenditori vari, ma anche avvocati e medici. Loro all’estero ci vanno e hanno anche buone probabilità di guadagnare bene. Certo, potranno sempre lamentarsi che lontano dall’Italia il tempo è una merda, il concetto di “commestibile” inquietantemente lasco e la gente fredda, ma questo è un altro discorso.

I laureati in materie umanistiche/ aspiranti artisti/ fancazzisti in pace con la propria nullafacenza/ hipster
Categorie cui va aggiunto colui che, privo di qualsivoglia qualifica, preferisce fare il cameriere per dei turchi a Berlino che per dei calabresi a Busto Arsizio, e non perché debba mandare i soldi a casa (a casa, per quanto sia povera, di solito ne hanno comunque di più). Di questo maxi gruppo abbonato ai lamenti sulle colonnine di destra dei quotidiani online, qualcuno continuerà molto felicemente a non fare nulla tutta la vita, magari amministrando saggiamente i propri immobili italiani senza mai imparare la lingua del Paese dove vive. Altri impareranno perfettamente la lingua, si sposeranno una ragazza del luogo e riusciranno a mettere a frutto una laurea in lettere anche all’estero, ma state sicuri che saranno sempre un numero estremamente esiguo, perché non è che gli altri Paesi dell’occidente siano privi di autoctoni che vogliono fare l’editor, pronti a sorpassarvi in tromba per via della lingua, della conoscenza della cultura locale e del fatto che la loro madre siede nel consiglio di amministrazione della casa editrice.

MA COME ANCHE ALL’ESTERO? Oh sì, anche all’estero.
Di questa sotto categoria molti faranno ritorno a casa e scopriranno che tutto sommato si sta meglio dove si stava peggio.

Altri, un numero ancora minore, se saranno bravi, caparbi e fortunati dimostreranno a se stessi agli altri di valere qualcosa in un campo artistico oppure prima o poi “metteranno la testa a posto”. D’altro canto questo è sempre stato questo l’incerto destino, talvolta ingiusto, molto più spesso meritato eppure sempre inevitabile, degli aspiranti artisti. Comunque, su con la vita: uno scrittore incredibile come Guido Morselli è morto senza essere mai stato pubblicato e ci sono il 99,99 percento delle possibilità che fosse più bravo di tutti gli aspiranti scrittori in circolazione in questo momento. Questo vale ovviamente non solo per la scrittura ma per tutte le forme d’arte che Marina Abramovic non abbia ancora reso ridicole.

Il ventaglio dell’emigrazione giovanile italiana è insomma ampio, vario ed eventuale, ma non assomiglia più nemmeno lontanamente al Nino di Pane e cioccolata: cameriere, maggiordomo, clandestino, spennatore di polli e folle per sfinimento e invidia di razza.
Se volete trovare qualcosa del genere vi consiglio di rivolgervi agli immigrati che arrivano in Italia dai paesi poveri e finiscono in molti posti, non ultime le cucine dei ristoranti delle nostre città.
Ora tutto questo non significa ovviamente che sia giusto che se siete dei bravi accademici rischiate di andare a finire dall’altra parte del mondo, e nemmeno se siete un architetto, eccetera, eccetera. Sorvolando sul fatto che poi la realtà non è tutta così bianca o nera nemmeno in Italia e che, con la scusa che “tanto è tutto un gomblotto”, nel lamento collettivo ci si è gettata a pesce anche gente che non troverebbe lavoro nemmeno a Zion, le difficoltà esistono e sono gravi. Eppure non prendiamoci per il culo, l’immigrato italiano all’estero non è più il minatore, il muratore, lo sguattero, il cameriere per necessità, per il semplice fatto che questi lavori in Italia ci sono, ma li fanno appunto i Nino di paesi più poveri del nostro, così come avviene in Germania, Francia, Inghilterra e negli Stati uniti.

I settori problematici come detto sono molti, ma c’è un libro che mi è capitato sotto mano in questi giorni che parla della vita economica degli scrittori (nel senso ampio che danno alla parola gli americani) negli Stati Uniti e di come siano sempre più fondamentali i corsi che tengono nelle università. È un testo composto da una serie di interventi di vari autori in cui il filo rosso che tiene assieme tutto è la disarmante (per un italiano) sincerità che hanno quando si arriva al tema denaro. Sono elencate le cifre medie di anticipo per un’opera prima, quelle per un long form per una grossa rivista e quelli di un articolo per un piccola pubblicazione indipendente e gli stipendi di un redattore di una testata online. Per pagine e pagine persone di venticinque, trenta, trentacinque, quarant’anni fanno i conti in pubblico cercando di capire come fare con questi soldi a pagare tasse, affitto, assicurazioni sanitarie, scuole per i figli (fanno anche figli, questi qua), considerati quanti anni ci vogliono per scrivere un romanzo, quanti mesi per un articolo lungo. Il fatto è che, se non ci stai dentro, il mestiere semplicemente scompare.

Uscito dal cinema ho arbitrariamente immaginato a cosa stava pensando la signora in quel momento, probabilmente sulla via di casa, dopo quell’intervento dove l’emozione abbracciava mortalmente lo stereotipo. L’ho immaginata mentre con genuina apprensione si struggeva per il destino dei giovani italiani forzati all’estero, l’ho vista mandare un messaggio a un figlio in qualche capitale del mondo, dove probabilmente avrà un buon lavoro e da dove forse sognerà di tornare in Italia ma nel frattempo non pulirà pavimenti per pagare l’affitto o se lo farà sarà più per senso di colpa che per il rischio reale di morire di fame. L’ho immaginata confonderlo per un breve, ma ammettiamolo pure un po’ appagante, momento con i romantici camerieri meridionali nella Svizzera del 1973, umili ma simpatici, abituati a soffrire e sgobbare ma sempre pronti a suonare la chitarra sulla loro brandina, perché noi italiani in fondo siamo fatti così.
E in un certo senso tutta questa incapacità, magari ingenua, magari paracula, di vederci per quello che siamo, di definire i nostri problemi prima ancora di pensare come affrontarli, mi è sembrata il modo perfetto per non provarci nemmeno.

Estratto dall'articolo di Quit su Linkiesta
a cura di Andrea De Petris

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